Il racconto di Caroli, la nascita di Sofia

 

Sofia è nata il 6 gennaio, il giorno della Befana, l’unico giorno in cui proprio speravo non nascesse. Il termine della gravidanza era previsto per il 21 gennaio e io non avevo abbandonato le speranze che Sofia nascesse nel segno dell’Acquario, anziché in quello più cocciuto del Capricorno, o almeno che nascesse sotto il segno dei Saldi... Ad ogni modo il travaglio è cominciato il 4 mattina: o meglio, IO pensavo fosse il travaglio, perché nessuno mi aveva parlato del famigerato “periodo prodromico” del travaglio, con il quale ho invece avuto ampiamente modo di familiarizzare nelle 48 ore successive…

 

Dicevo, alle 8 di mattina del 4 gennaio ho cominciato ad avere un mal di pancia simile a quello da disturbo intestinale. Sono dunque andata in bagno e ho notato il famoso “tappo mucoso”, oggetto di una delle mie uniche due lezioni di corso pre-parto: trattasi di una perdita di muco rosato, corrispondente all’espulsione del tappo cervicale che ostruisce la cervice durante la gravidanza: un inizio di travaglio ‘da manuale’. Ho svegliato Paolo, che era preparatissimo all’evento, visto che era stato costretto da me a studiarsi il “manuale del parto attivo, esercizi per arrivare al parto con la sicurezza e l’energia necessarie” e visto che, da perfetta psicotica quale sono, gli avevo anche preparato una lista scritta delle cose da fare quando fosse iniziato il travaglio: un elenco che vi risparmio...

 

Ho cercato di restare a casa il più a lungo possibile, limitandomi a controllare la frequenza e la durata delle contrazioni. Le avevo ogni 10 minuti, poi, di pomeriggio, ogni 5-6 minuti. Erano dolorose e duravano 30-40 secondi. Non erano insopportabili, ma non erano certo compatibili con lo svolgimento delle mie attività quotidiane e mi costringevano comunque ad accovacciarmi o ad appoggiarmi a qualcosa per sentire meno male. Non abbiamo avvertito i parenti fino al pomeriggio onde evitare di affrontare il travaglio in venti persone. Poi, alle 4 siamo andati al S. Orsola, al pronto soccorso ostetrico. Mi hanno portata in sala travaglio a fare un tracciato: cardiotocografo piatto. Niente, zero contrazioni. Una reazione molto comune, pare, all’ingresso in ospedale. Quindi mi hanno dimessa per poi ricoverarmi alle 9 di sera, quando sono tornata accompagnata anche dai miei genitori.

 

E da lì è iniziata la mia Odissea santorsolina. Per tutta la gravidanza mi ero immaginata un ricovero in una cameretta di confort, una doppia a uso singolo, a pagamento, naturalmente, ma con la possibilità di avere Paolo sempre vicino. Mi ero immaginata di essere assistita dalla mia ginecologa...mi ero immaginata un travaglio della durata massima di 12 ore…Povera illusa!

 

Era domenica, durante le vacanze di Natale: la mia ginecologa era a pranzo coi parenti e il reparto chiuso per ferie con lei. Niente camere singole disponibili ma solo un posto letto in una stanza da 4, tra neonati urlanti, donne insonni o sofferenti, parenti e amici di estranei. E niente Paolo fuori dagli orari di visita: tre ore al giorno, coincidenti con gli orari dei pasti. L’arrivo in reparto è stato veramente traumatico, tra il chiasso, il buio, i bagni comuni in corridoio con i sanitari pieni di sangue, l’ambiente un po’ squallido e fatiscente…ho avuto la prima crisi di pianto, la prima di una lunga serie.

 

Era tutto il giorno che sentivo male e mi si prospettava una notte in bianco da passare tutta sola con un dolore sordo e persistente alla schiena. Ci ho messo qualche ora prima di decidermi a mettere le mie cose in camera, e comunque ho passato la notte in corridoio, a camminare su e giù, con qualche sosta per accasciarmi o per fare pipì. Ed è arrivato il 5 gennaio. Tracciato, visita ginecologica, prelievi del sangue: ero dilatata di 3 cm, ma per passare in sala travaglio ce ne volevano 4. Le contrazioni non erano abbastanza efficaci. Altra crisi di disperazione, parzialmente illuminata dal mio trasferimento in una stanza da due, ma rabbuiata dal fatto che le altre donne in travaglio della mia precedente stanza avevano partorito nottetempo E IO INVECE NO.

 

A mezzogiorno le contrazioni erano magicamente sparite e io mi sono depressa ancora di più. Non mi hanno però dimesso, perché erano convinti che i dolori sarebbero ricominciati, presto o tardi…La nuova compagna di stanza almeno era simpatica. Si chiamava Lorenza, aveva rotto le membrane 24 ore prima e quindi le avevano dato la prostaglandine per avviare il travaglio. Lei comunque non sentiva dolori, non aveva ancora neonati urlanti, era simpatica: in una parola era la compagna di stanza ideale.

 

Ho dormicchiato un po’ il pomeriggio, mi sono disperata un altro po’ la sera, e poi sono andata a dormire. Avevo qualche contrazione sporadica, ma nulla che potesse interessare un’ostetrica. Alle 8 di sera hanno fatto un’iniezione di antibiotici a Lorenza, perché erano passate più di 24 ore dalla rottura delle acque. L’ago le è uscito dalla vena e l’hanno portata fuori dalla stanza per medicarla. Lei cominciava a sentire un po’ di mal di pancia, tipo da diarrea imminente. Le hanno fatto un tracciato di controllo. Alle 11 e mezza si è ripresentata in camera con un bambino. Era nato alle 8 e 23, durante il tracciato: lei sentiva di dover assolutamente fare la cacca, le hanno dato un’occhiata e hanno visto la testa del bambino in vagina.

 

Impossibile descrivere efficacemente la mia disperazione: i miei sogni di riposo notturno infranti; sfrattata dalla mia cameretta dall’orda di parenti adoranti; il piccolo Giacomo urlante; ma soprattutto mi pareva un affronto personale il fatto che TUTTE e dico TUTTE partorissero tranne me. E che diamine, neanche le balene ci mettono tanto! Ho telefonato a Paolo in lacrime: volevo tornare a casa, oppure volevo farmi dare l’ossitocina e partorire, volevo fare un cesareo, volevo, volevo…

 

Paolo mi ha calmata e convinta a tornare a dormire. Alle due e mezza di notte, al termine di una contrazione, ho perso le acque: un ‘plop’ seguito da uno sbocco intenso di liquido tiepido. Le contrazioni sono diventate immediatamente più forti, in fondo alla schiena ma anche tra le cosce e nella parte bassa dell’addome. Mentre mi portavano a fare il tracciato è finalmente iniziato il travaglio vero e proprio. Mi pareva che le contrazioni si succedessero continuamente, senza pause, e non trovavo tregua in alcuna posizione. Mi hanno portato in sala parto e verso le 4 e mezza è arrivato Paolo. Nella stanza c’era il solito cardiotocografo e un letto supertecnologico che si poteva trasformare in poltrona, sollevare, abbassare, gonfiare, sgonfiare, allungare e accorciare a piacimento tramite dei tasti, dotato di maniglie cui aggrapparsi.

 

Sono state ore lunghissime per Paolo, brevissime per me, impegnata a fare avanti e indietro tra la stanzina e il gabinetto e a cercare posizioni meno dolorose: le ho passate in rassegna tutte: mi sono appesa a Paolo, accovacciata, messa a carponi, seduta a cavalcioni di una sedia, girata e rigirata; ho invocato un paio di volte un’anestesia o un cesareo o un'eutanasia, ma ho mantenuto sempre una certa dignità. Poi finalmente è arrivata l’ostetrica che doveva farmi partorire. Credo che nella mia memoria rimarrà la cosa più simile all’angelo custode che io possa immaginare. Carol infondeva calma e fiducia. Mi aiutava a respirare e a rilassarmi, mi abbracciava durante le contrazioni e mi faceva i massaggi alla schiena; mi aiutava a trovare le posizioni più comode, mi dava da bere, mi rassicurava, era delicata nel visitarmi e riusciva davvero a farmi sentire meno male. Sarà stata la sua bravura, saranno state le endorfine che ormai dovevano essere entrate in circolo, sarà stata la presenza rassicurante di Paolo…ma ho smesso di sentire dolore.

 

Non mi accorgevo quasi più dell’arrivo delle contrazioni, che riuscivo a riconoscere solo grazie al citografo che le registrava! La dilatazione procedeva a passi da gigante. Ho cominciato a sentire l’impulso impellente di spingere come se fossi stitica e dovessi fare la cacca: stesso tipo di spinta, stessa intensità di dolore. Ho fatto uscire Paolo dalla stanza per quello che pensavo fosse per lui il momento più traumatizzante del parto. Dieci minuti dopo la sua uscita è nata la bambina. Letteralmente senza dolore, senza urla da parte mia, e in una spinta sola. Era tutta bianca di vernice caseosa, aveva la testa a melanzana, un orecchio da pugile, una narice schiacciata, gli angiomi sugli occhietti, ma era stupenda e sana. Me l’hanno appoggiata sul petto e ho accarezzato per la prima volta il mio pulcino, con quattro peli neri in testa, gli occhi blu semichiusi, la pelle tutta burrosa di vernice e rossa di sangue.

 

È indescrivibile il senso di meraviglia, di stupore e di infinita ammirazione che ho provato di fronte a Sofia appena nata. C’è nel neonato un qualche segreto, una capacità istintiva e genetica quasi, di attrarre a sé, di sedurre l’adulto, con una specie di fascinazione immediata e remota, irresistibile. Poi hanno portato via la bimba per lavarla, misurarla e pesarla e Paolo è andato con lei. Io ho mangiato te, miele e biscotti e poi ho allattato la piccola. Si è attaccata subito, ed è stata un’esperienza dolcissima e unica: ho sperimentato per la prima volta cosa vuol dire essere mamma. Sofia è nata martedì 6 gennaio alle dieci e un quarto. Era lunga 51 cm. e pesava 3,350 kg. Ed era stupenda. Durante la gravidanza avevo sempre evitato di immaginarla, mi bastava che fosse sana. Ma credo che anche con la più fervida immaginazione non avrei potuto uguagliare la sua bellezza reale.

 

La fuoriuscita della placenta e la sutura della lacerazione spontanea sono cose che so essere avvenute, ma delle quali non mi sono praticamente accorta, troppo assorta dalla mia bambina.

 

Caroli.

 

 

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