Il racconto di Barbara, la nascita di Camilla
Il giorno prima… 24 settembre 2002 “… Ho uno stato di malessere addosso che mi fa stare veramente male. Continuo ad alternare momenti in cui ho freddo con tanto di brividi, a momenti in cui ho il viso rosso come un pomodoro e un caldo esagerato, come avessi fatto una corsa.
Va bè che sto prendendo gli antibiotici causa influenza ma non penso che questo possa essere un effetto dei farmaci. Senza contare che oggi, mentre ero sdraiata un attimo nel primo pomeriggio, mi è “entrata” una fitta nelle costole tanto da non sapere come riprendermi. Mi fa male il pancione, il basso ventre e il “codino” ( l’ultima parte della colonna vertebrale ). NON NE POSSO PIU’ ! Perché tutte queste cose assieme? E come arrivo al parto? Stremata?
Il giorno del parto… 25 settembre 2002 Premessa: la piccolina ha deciso di nascere 7 giorni prima. Altro ché termine del 2 ottobre! Come ho detto prima il 24 settembre non stavo bene. Ebbene alle 22.30 di quella sera scendo dal letto per il consueto appuntamento con la pipì e noto che inizio a “gocciolare”. Cosa intendo dire? Bè che mi scende un liquido molto chiaro e rosato.
Insospettita telefono all’ospedale e spiego ciò che mi capita e il primo consiglio dell’ostetrica è di mettere un assorbente ed andare a letto e recarmi all’ospedale solo se mi sveglio bagnata. Gio era al settimanale appuntamento in società di pesca e rientra proprio in quel momento. Io seduta sul water gli dico dal bagno “Penso che mi si siano rotte le acque!”. E il mio amore, tutto preoccupato, si fionda a vedere che sta succedendo. Gli spiego, ridendo come una pazza, che continuo a gocciolare, tanto da non riuscire a fare poco più di 2 metri per prendere un assorbente. E lui mi dice ansioso “Ma la smetti di ridere? Ti sembra il caso?”.
Visto che l’intensità della fuori uscita del liquido aumenta decidiamo di andare ugualmente all’ospedale. Carichiamo la mia valigia, quella della bimba, il mio zainetto e la cartella della gravidanza contente tutti gli esami… sembra di partire per le vacanze. Fuori diluvia. C’avrei quasi scommesso che tutto iniziava sotto la pioggia! E pensare che per tutto il giorno c’era il sole. Arriviamo all’ospedale di Vimercate (MI) e facciamo l’accettazione al pronto soccorso. Ora del ricovero : 00.04. Mi mandano in reparto, mi visitano e mi mettono sotto monitoraggio. Di contrazioni proprio non ce n’è l’ombra e comunque decidono per il ricovero, visto che mi si sono rotte le membrane ed il flusso diventava sempre più abbondante. Mi sistemo in camera al letto nr. 33 e mandano a casa il futuro papà.
Arrivano subito a cacciarmi l’ago della flebo per l’antibiotico ( per la mia positività al tampone dello streptococco ) e mi dicono “Cerchi di dormire perché domani sarà una lunga giornata”. E io penso “dormire all’ospedale? Praticamente impossibile!”. Subito dopo che Gio se n’era andato inizio ad avvertire qualche dolorino al basso ventre. Alla prima contrazione un po’ più forte inizio a tremare. Cerco di concentrarmi sulla respirazione e dopo qualche contrazione trovo il modo giusto per avere la meglio sul dolore.
Inspiro profondamente, espiro lentamente una volta e dopo la seconda inspirazione trattengo il respiro. Così per 3 / 4 volte, il tempo di durata della contrazione. E così arrivo a mattina. Alle 6.00 accendono le luci e portano i termometri. Poi portano i bimbi a chi ha già partorito. Insomma tra voci e luci, gente che passa per il corridoio, telefono che suona come si fa a dormire all’ospedale?
Il dolore è molto sopportabile, tanto che quando arriva Gio verso le 8.30 dopo aver sbrigato le pratiche del mio ricovero presso l’accettazione, sono abbastanza tranquilla. Passeggio con la mia vicina di letto per la corsia del reparto e quando arrivano le contrazioni mi fermo un attimo, prendo fiato, e continuo la mia “vasca” nel corridoio del reparto. Le contrazioni diventano sempre più ravvicinate tanto che alle 11.00 l’ostetrica avvisa il ginecologo che decide per la visita. Il responso è: dilatazione 7 cm e guardandomi mi dice “Siamo pronti, andiamo”. E a me verrebbe da dirgli “Pronti per cosa?”. Io che non mi aspettavo che tutto si evolvesse così rapidamente resto a bocca aperta e, come in trance, prendo vestaglia, slip a rete, vestitini per Camilla e a piedi ci avviamo verso la sala parto.
Le sale sono tutte occupate e mi fanno accomodare in una stanza dove c’è un lettino per eseguire un ulteriore monitoraggio. Sento già l’esigenza di spingere e l’ostetrica mi consiglia di stendermi su di un fianco per sentire meno questa necessità visto che mancava almeno 1 cm ancora prima di essere decisamente pronta per iniziare il periodo di espulsione. L’ostetrica ci lascia per un attimo e all’arrivo della contrazione non riesco a trattenermi: devo spingere. Dico a Gio di andare subito a chiamare l’ostetrica che mi toglie subito il monitoraggio e mi accompagna in sala parto. La vasca per il parto in acqua è in fase di disinfezione e perciò inutilizzabile almeno per 3 ore. Salgo sul lettino e come arrivano le contrazioni inizio a spingere. Il dolore è forte e non riesco a stare sdraiata sul lettino.
L’ostetrica mi propone di scendere dal lettino e di accovacciarmi a terra e di provare a spingere in quella posizione. Va decisamente meglio, tanto che riesco a controllare meglio il dolore. Un po’ accovacciata, un po’ in ginocchio, passa una mezz’oretta e alla 11.30 l’ostetrica ritiene che sia giunto il momento di risalire sul lettino e di spingere “sul serio”. Le prime spinte sono davvero un’impresa. Altro che corso di preparazione al parto e tecniche di respirazione! Quando sei lì con le contrazioni che arrivano e la testa del bimbo che preme sempre di più per uscire non è per niente facile mettere in atto ciò che ti hanno insegnato.
Per me sono stati di grandissimo aiuto i consigli dell’ostetrica e del mio ginecologo, che era di turno ed ha assistito a tutto il parto. Dopo le prime spinte ho capito esattamente ciò che dovevo fare. Quando arriva la contrazione afferro le maniglie del lettino, mi sollevo con la testa e le spalle tanto da riuscire a guardarmi la pancia e spingo liberando il respiro e non trattenendolo in gola. Ad ogni spinta il ginecologo segue la discesa della bimba col monitoraggio… e ad ogni spinta lei scende sempre un po’ di più.
Ad un certo punto l’ostetrica mi dice “Dai che si vede la testa. Alla prossima contrazione una bella spinta”. Io non ci credevo, pensavo fosse solo un modo per incoraggiarmi. Invece anche Gio, che si è piazzato di fianco all’ostetrica in prima fila come fosse al cinema, mi dice “Dai che si vede la testa!”. E l’ostetrica “Si vedono i capelli!”. I capelli ?!? Guardo Gio e gli dico “Ma come, ha i capelli?”. E lui “No, no non li ha!”. L’ostetrica all’arrivo della contrazione effettua l’episiotomia. Altro che “Hai altri dolori in quel momento e non la senti anche se non ti fanno l’anestesia!”.
Non è certo uno di qui dolori che ti fanno svenire… è più paragonabile a un bel taglio sul dito mentre affetti le verdure fatto con un coltello molto affilato. Comunque ha svolto la funzione che doveva assolvere. Con un paio di spinte ancora, con l’aiuto del ginecologo che mi massaggiava la pancia e teneva in posizione la piccola ( era un po’ storta versa sinistra esattamente dove mi massacrava le costole e aveva un giro di cordone ombelicale che la faceva un tantino risalire quando spingevo ), con la flebo di oxitocina perché le contrazioni non erano fortissime e di glucosio per darmi energia ( un pezzo di cioccolato non si poteva avere ? ), e tutta la mia grinta ho sentito le ossa letteralmente “aprirsi” per far uscire Camilla.
E in un attimo me la sono ritrovata avvolta in un telo bianco e sul petto, ancora tutta sporca. Questa scimmietta tutta piena di capelli neri! ( e io che sognavo un bimbo pelato!!! ). Questo fagottino di 2970 kg mi guardava ed io ero sbalordita. L’avevo lì tra le mie braccia dopo nove mesi che la sentivo solo dentro di me, anzi per essere precisi dopo 39 settimane e 1 giorno, pensavo “Ma sei tu la mia bimba? Sei proprio tu che mi hai massacrato le costole per tutto questo tempo?”. Non ti rendi conto che sia proprio il tuo bimbo: sarà che per tanti mesi non l’hai visto ma solo sentito.
Mentre era sdraiata sul mio petto Gio ha tagliato il cordone ombelicale e poi subito a fare il suo primo bagnetto col papà. Nel frattempo l’ultima spinta per far uscire la placenta, accompagnata dall’ennesima iniezione per far contrarre l’utero: io odio ogni tipo di ago infilato nella mia pelle! E poi è arrivata la parte più brutta e dolorosa almeno per me: la suturazione del taglio, i famosi punti. Dopo due dosi di anestesia ci hanno rinunciato: l’effetto non arrivava e così mi sono sentita tutto il dolore della suturazione, tanto da non riuscire a stare ferma sul lettino.
Per fortuna tutto è destinato a finire e dopo avermi ripulito un po’ mi hanno aiutato a scendere dal lettino e mi hanno fatto accomodare su una poltrona. Avevo davvero tanto freddo e mi sono coperta un po’ con la vestaglia, un po’ con i teli verdi della sala parto. Ed ecco che arriva la mia bimba, avvolta nelle copertine con la sua tutina decisamente abbondante! L’ho attaccata subito al seno ma era stanca pure lei della sua venuta al mondo così non ho insistito. L’ho tenuta solo tra le braccia, giusto il tempo per una piccola conoscenza iniziale.
Era così strano abbracciare questo piccolo tesserino. Sembra quasi impossibile che per tanti mesi sia stata dentro di me ed ora sia qui che riesce appena ad aprire gli occhietti per guardarmi. Sembra chiedersi “Ma chi sei? Dove sono?”. Dopo una mezz’oretta la puericultrice è venuta a prenderla: doveva eseguire i primi controlli e poi metterla nella culla termica ( a 37 gradi, beata lei io stavo gelando! ) per qualche ora come di routine. Io mi sistemo e a piedi, come sono entrata, esco dalla sala parto con Gio e l’ostetrica. Fuori, davanti alla vetrata del nido, sono già tutti impegnati a fare foto alla piccola.
Esco “pimpante” e li saluto con la mano e quasi non ci credono che sono io. Mi avvicino e guardo Camilla nella culla termica. E’ lì che sonnecchia con solo il body: chissà come sta bene al caldo. E chissà che trauma l’essere venuto al mondo. Ho faticato io, anche se sono stata veloce ed ho avuto la fortuna di sopportare bene il dolore del travaglio, ma anche la mia piccolina ha dovuto impegnare tutte le sue energie per “entrare” nel mondo. Dopo pochi istanti davanti al vetro del nido l’ostetrica mi dice che ora mi devo riposare.
Col “seguito” ritorno in camera e un’infermiera mi chiede se me la sento di mangiare o se voglio solo del thè. E la mia risposta, senza pensarci troppo, è stata “Mi porti pure il pranzo, grazie!”. In fin dei conti erano le 13.00! E nonostante il parto non mi sentivo particolarmente affaticata. Anzi mi sentivo in forza e sono riuscita a mangiare tutto ciò che c’era nel vassoio: minestrina, pollo lesso col purè, il pane e la mela cotta. Devo dire che ho pure trovato tutto buonissimo.
I giorni trascorsi all’ospedale sono andati bene. La cosa che mi ha sorpresa di più è stato soffrire tanto per i punti! Non ho sofferto così neanche per partorire! Possibile che un taglietto così piccolo provochi tanto dolore? L’organizzazione dell’ospedale m’è sembrata ottima. Il rooming-in c’era solo se te la sentivi di tenere il bimbo, altrimenti rimaneva al nido e lo portavano solo per le poppate. Non male,vero?
Il rientro a casa è stato fin troppo tranquillo. La casa era splendente ( ci aveva pensato Gio a pulire ). Io mi sono dedicata a disfare la valigia, a fare un po’ di lavatrici, attrezzare il fasciatoio… e la pupa dormiva e si svegliava solo per mangiare. E così è iniziata la nostra vita insieme!
Barbara.