Non mi mangia nulla

 

 

Più o meno tutti abbiamo avuto genitori che si sono lamentati perché non mangiavamo nulla, che ci hanno portato dal dottore per avere prescrizioni di ricostituenti, stimolanti per l’appetito, vitamine, integratori, ecc. … e molti di noi oggi sono adulti che devono mettersi a dieta per ritrovare un fisico in forma!

 

In tanti purtroppo ci siamo ritrovati ad aver superato il peso desiderabile: eppure per i genitori eravamo tutti a rischio di “rimanere piccini”. Questo “panico da cibo” è sempre stata una costante nella preoccupazione dei genitori e proprio ed incredibilmente nelle società agiate. Oggi poi questa distorta lettura dei fabbisogni alimentari del figlio si è così esasperata che impone di correre ai ripari.

 

La lamentela più ricorrente negli ambulatori pediatrici è che il bambino non mangia, anche se poi alla visita bambini sottopeso o che non crescono d’altezza perché sottoalimentati è difficile trovarne, se non in casi di malattie croniche o di estrema indigenza (decisamente rari in Italia). Prevalentemente quindi siamo di fronte a bambini che non mangiano cosa e quanto vorrebbero i genitori, ma a sufficienza però rispetto ai loro fabbisogni energetici. Non sono bambini denutriti: sono bambini maleducati, anche da un punto di vista alimentare.

 

O forse maleducati sono i loro genitori?

 

La sottostima del genitore di quanto effettivamente mangi il figlio dipende in primo luogo dall’aver assegnato valori e disvalori ai vari cibi, basati non sul loro reale contributo nell’apporto calorico e di nutrienti ma su preconcetti poteri nutrizionali. Ad esempio si mitizza la carne quasi fosse la base indispensabile della nostra alimentazione (e non lo è, basti pensare che per crescere e rimanere in salute solo poco più del 10% delle calorie dovrebbero derivarci dalle proteine e che si vive e si cresce bene – secondo alcuni studi anche meglio! – anche seguendo diete vegetariane dove le fonti proteiche sono varie ma mai carnee) e dal lato opposto si considera solo una bevanda il latte o lo yogurt e se ne svilisce il valore nutrizionale: “…. non mi mangia praticamente nulla, beve solo latte!”

 

Il concetto del latte “solo” bevanda crea non poche difficoltà nel convincere i genitori ad alimentare con solo latte il figlio per i primi sei mesi di vita. Molti genitori non vedono l’ora di divezzare il bambino e forzano le tappe perché cominci quanto prima a “mangiare davvero”. Oggi invece ci si raccomanda di non iniziare il divezzamento prima del sesto mese di vita perché sappiamo che un divezzamento attuato prima fa correre dei rischi: quello di andare incontro ad un sovrappeso, per eccesso di apporto calorico, e soprattutto quello di sviluppare intolleranze e allergie.

 

Lo svezzamento precoce comporta infatti un contatto anticipato con cibi diversi dal latte materno, quali la frutta, i cereali, l’uovo: la particolare permeabilità intestinale presente nelle prime epoche della vita può facilitare lo sviluppo di allergie e intolleranze a queste sostanze. Eppure non è facile convincere il genitore (e soprattutto il padre) a non aver fretta a divezzare, che nel latte c’è tutto quello che serve… nulla da fare: finché non arrivano le bistecche, c’è sempre il panico da denutrizione.

 

L’errore di credere che il latte e lo yogurt siano “solo” bevande oggi è diffusissimo anche per i concetti alimentari sbagliati introdotti e rinforzati da certe pubblicità, che invitano a bere yogurt a tutte le ore, oltre i pasti. In realtà bere una tazza di latte (o bere uno yogurt) è mangiare: si assumono grassi, proteine, carboidrati, sali minerali, vitamine, acqua per altro in corretto equilibrio fra di loro.

 

Quindi un bambino che beve solo latte e che per i genitori “non sta mangiando praticamente nulla” in realtà sta mangiando un alimento completo, capace di fornire adeguatamente calorie e nutrienti in giusto rapporto proporzionale.

 

Questi genitori dovrebbero lamentarsi non del fatto che mangia poco, ma che mangia male: un’alimentazione monotona, poco variata, e particolarmente ricca di grassi animali. Infatti assumere latte come unica fonte dei vari nutrienti che ogni giorno ci sono necessari (e cioè le proteine, i carboidrati, i grassi, ecc.) ci fa introdurre troppi grassi animali, che non sono i migliori per la nostra salute!

 

Dunque questi bambini non hanno bisogno di mangiare di più ma di mangiare meglio, più variato, e per portarli a questo non servono farmaci o ricostituenti ma solo l’educazione! Un’educazione alla varietà dei cibi, ad essere curiosi dei loro sapori, dei tanti modi di elaborarli e cucinarli, portata avanti da genitori muniti di tanta pazienza ma anche di determinazione e soprattutto capaci di essere di esempio: quanti adulti si lamentano dei figli che “non toccano verdure” … e poi sono loro i primi a non mangiarle mai?!

 

Pensare che il latte sia solo una bevanda determina anche un’altra forma di maleducazione: ci sono bambini che mangiano troppo perché assumono cibi variati e in giusta dose durante pasti ma poi qua e là durante il giorno (o la notte, per dormire) si bevono anche un po’ latte o qualche yogurt (magari illusi da una pubblicità che questo faccia aumentare le difese immunitarie o migliori i livelli di colesterolo nel sangue). Anche questo è un errore molto diffuso: abituare il bambino a consumare latte come bevanda durante il pasto (con un conseguente eccesso nell’apporto calorico) o ancora peggio abituarlo a bere bicchieri di latte o yogurt fra un pasto e l’altro, commettendo in questo caso ben due errori: mangiare troppo e troppo spesso.

 

Ci sono bambini che effettivamente in certi periodi riducono l’alimentazione, mangiano poco, sicuramente meno di quanto sarebbe loro necessario; può accadere per vari motivi: malattie in corso, convalescenza, problematiche familiari, gelosie con i fratelli, scuola, ecc.

 

Proviamo a fare un elenco dei tanti motivi che può avere un bambino per non mangiare:

 

- difficoltà al momento del divezzamento nell’accettare cibi e modalità diverse nell’alimentazione

 

- genitori “ansiosi”, troppo scrupolosi nel rispettare uno schema rigido di alimentazione

 

- repressione del desiderio del bambino di manipolare i cibi tentando di mangiare da solo

 

- eccessiva importanza data da genitori e parenti ad alcuni alimenti (es. carne)

 

- alimentazione squilibrata e continua (“merende a tutte le ore”)

 

- variabilità dell’appetito, legata ad esempio ai cambiamenti stagionali o a precedenti periodi di alimentazione abbondante

 

- fattori ambientali: caldo, mancanza di attività fisica

 

- tensioni nei rapporti familiari: gelosia, liti, separazioni, ecc.

 

- durante l’incubazione di una malattia e per tutta la sua durata, compresa la convalescenza (tenere a riposo l’apparato digerente è utile a collaborare alle difese dell’organismo: lo stimolo della fame quindi diminuisce molto naturalmente e spesso è del tutto assente).

 

Ma l’elenco delle ragioni del rifiuto del cibo da parte del bambino potrebbe allungarsi. Come si vede sono tutte cause dove non ha senso ricorrere a farmaci o a stimolanti dell’appetito (come chiederebbero i genitori) ma serve invece rivedere le proprie concezioni alimentari, aver pazienza, saper attendere, educare, migliorare lo stile di vita.

 

La mia generazione è quella che più di altre è stata vittima dei farmaci “per crescere meglio”, dei ricostituenti, degli “estratti di cervello” per aiutarci a sostenere gli esami a scuola, delle vitamine di tutti i tipi ecc. Eravamo negli anni del boom economico e del riscatto dalle sofferenze, fisiche e alimentari. Per compensare un passato di carenze siamo stati nutriti oltre misura dai genitori, che ci hanno riempito di farmaci inutili, comprese le dolorosissime punture di calcio!

 

Ma la natura con i suoi meccanismi è più forte delle nostre sciocchezze e poiché siamo diventati adulti più ricchi (con case più belle, cibi più equilibrati, città e servizi migliori) siamo stati anche più sani dei nostri genitori. In molti però è rimasta l’erronea convinzione che fossero stati proprio i ricostituenti ad averci “salvato”. Ed ecco che le nonne oggi insistono perché vengano somministrati anche ai nipotini, e perfino alcuni genitori più giovani ci cascano: ma una pediatria progredita quelle “birbonate” non le dovrebbe prescrivere più.

 

I farmaci ricostituenti sono invece ancora oggi fra i più venduti, e non solo i polivitaminici, il cui uso ha senso solo in alcune precise situazioni, ma anche i cosiddetti integratori naturali, come la pappa reale, il ginseng, ecc. Si tratta di prodotti carichi di suggestione, presentati come capaci di ricostituire qualcosa che si è perso (l’appetito, la memoria, il vigore fisico) e di restituire alla persona, al bambino, allo studente, la carica necessaria per affrontare le difficoltà e gli impegni quotidiani.

 

Gli studiosi giudicano questi prodotti completamente inutili. Rappresentano solo una prescrizione medica semplicistica e priva di rigore scientifico, un’illusione per il genitore che li dà con fiducia al bambino e soprattutto un buon affare per chi li produce. Soldi spesi male.

 

Il cibo non è solo fonte di nutrienti per l’organismo; è anche il veicolo di tanta relazione, di affetti, di conflitti ….. Solitamente l’adulto che subisce un rifiuto del cibo tende ad interpretarlo solo come il rifiuto all’offerta di amore che il cibo veicola. Tanti valori sociali e culturali sono connessi al dono del cibo: nel mondo degli adulti offrire cibo vuol dire offrire amicizia e rifiutare l’offerta viene vissuto come atto aggressivo. Come si vede dall’elenco precedente sono tante le circostanze in cui il rifiuto del cibo da parte del bambino non significano che non abbia fame o che sia malato: ci vuole comunicare qualcosa e lo fa con uno strumento, quello del rifiuto, decisamente potente, capace di metterci in crisi, a sua totale disposizione, di renderci vittime e non protagonisti. E allora disponiamoci ad ascoltarlo, non ad ingozzarlo: dunque parliamo d’altro.

 

 

Dott. Paolo Sarti Specialista in Pediatria - Paolosarti.it - da: “Neonati Maleducati” di Paolo Sarti - ed. Giunti-Demetra 2008

 

 

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